Ad un solo passo di distanza

Insegnare yoga è un lavoro magnifico, ma spesso anche stancante, non da un punto di vista fisico quanto mentale e morale.

 

Sì, perché noi insegnanti dobbiamo continuamente confrontarci con le difficoltà degli allievi che solo in alcuni casi si fermano a mere difficoltà nell’esecuzione di un’asana. Molto più spesso sono blocchi mentali ed emotivi, che queste persone non riescono ad affrontare.

 

A quel punto, su chi scaricare tutto? Ovviamente sull’insegnante di yoga!

lucciola yoga

Peggio, però, di chi si sente nervoso, insoddisfatto, stressato c’è chi si ferma prima, l’allievo “Vorrei ma NON VOGLIO“. Badate bene, non ho scritto “non posso” perché sono sicura che chi voglia fare qualcosa trovi sempre il modo di realizzarla. Per me è sempre stato così, anche se non godo di rendite in denaro o di mezzi inesauribili.

 

Il Vorrei ma Non Voglio contatta l’insegnante e chiede di:

 

  • Trovare la pace interiore;
  • Dimagrire;
  • Dormire meglio;
  • Riuscire a ridurre lo stress;
  • Stare bene fisicamente e mentalmente;
  • Trovare e ritrovare se stesso;
  • Guarire da patologie varie;

A quel punto l’insegnante gli/le spiega che molti di questi risultati si potranno raggiungere, ma solo a fronte di una pratica costante che richiede un po’ di impegno.

 

E qui cascherà l’asino: la persona reagirà in diversi modi:

 

  • Non si farà più vedere: penserà “Ma cosa vuole quella? Io dovrei andare a lezione due volte alla settimana ed impegnarmi per farmi passare questo nervoso che sempre mi attanaglia? Ma per piacere! Fammi accendere una sigaretta” (non me ne vogliano i fumatori, ma è un esempio di un comportamento che tanti mettono in atto per distendere i nervi);
  • Verrà qualche volta per poi sparire: penserà “Perché in un mese la mia vita non è TOTALMENTE CAMBIATA? Sarà sicuramente colpa dell’insegnante”;
  • Si impegnerà e vedrà i risultati: questo è l’allievo che ha finalmente capito che lo yoga non è magia e non è la panacea per tutti i mali. Solo l’impegno porta buoni frutti;

 

E’ per questo che dico spesso come tante persone si trovino ad un solo passo di distanza dal cambiare se stesse. Ma purtroppo proprio il cambiamento spaventa. D’altronde, è molto più semplice continuare a crogiolarsi nel proprio status quo, lamentandosi e facendo solo finta di voler cambiare.

 

Io sono cambiata, e anche molto, negli ultimi 5-6 anni. Ho attraversato depressioni, problemi, dispiaceri, ma anche gioie e rinascite. Ed ho fatto tutto praticamente da sola. Nessuno mi ha dato la formula magica per diventare una persona migliore. Ed ogni giorno mi sveglio cercando di capire come migliorare me stessa e come aiutare gli altri.

 

Sempre che questi vogliano farsi aiutare…

 

Stefania

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Che cosa ho imparato dal mio tatuaggio

Coloro che mi conoscono o che mi seguono sanno che lo scorso lunedì mi sono fatta un bellissimo tatuaggio.

 

L’ho adorato dal primo momento e lo adoro anche ora, nonostante sia in fase di guarigione e, quindi, un po’ bruttino e unto.

Ma farmi questo tattoo, il primo sulla gamba (ne ho altri tre ma in punti diversi), mi ha insegnato molto.

nuovo tatuaggio

“Cosa potrà mai insegnare un tatuaggio?” vi chiederete voi. Ebbene, ogni esperienza è capace di trasmettere qualcosa e anche in questo caso sto imparando molto.

Ho imparato che si può sopportare il dolore per avere qualcosa di bello.

Ho imparato che a volte devo sottostare al volere del mio corpo. E questo è stato davvero difficile poiché, ancora oggi, non posso correre e non posso fare alcuni movimenti per evitare di rovinare questa opera d’arte. E’ dura ma devo essere in grado anche di non diventare schiava della stessa attività fisica.

Ho imparato che ci si può abituare a tutto, anche alla necessità di girare bardati in casa per evitare che il proprio adorabile gattino ci usi come albero della cuccagna rovinando il tatuaggio e provocando una bella infezione.

Ho imparato che a volte ti arrivano doni da fonti inaspettate e che le fonti sicure, invece, possono essere deludenti.

Ho imparato ad usare le gonne larghe in modo creativo.

Ho imparato a fidarmi di me stessa.

Ho imparato tutto questo grazie ad un po’ di inchiostro, quattro ore di dolore e un disegno magnifico che mi accompagnerà tutta la vita.

 

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Che cosa chiamare, e non chiamare, yoga

Pratico yoga da quando avevo 15 anni. Iniziai perché mi ero infortunata ad un ginocchio e, tra alti e bassi, non ho mai smesso.

Ovviamente, ci sono stati periodi in cui ho praticato molto poco (o per niente) gli asana, ma ho sempre mantenuto la mia connessione con lo yoga e il suo mondo, studiando ed informandomi.

Poi nel 2009 ho intrapreso il percorso di formazione, diplomandomi come insegnante e facendo dello yoga, pian piano, la mia professione.

In questi anni ho potuto notare come quello che noi chiamiamo yoga spesso sia inteso in modo diverso da altre persone.

Ecco perché ci tengo a precisare che cosa sia, o non sia lo yoga (se siete pigri e volete vedere il mio video, eccolo qui).

 

Che cos’è lo yoga?

 

  • Lo yoga è una scienza, poiché si basa su principi scientifici, fisici e spesso matematici che sono stati studiati per secoli e applicati a corpo, mente e spirito;
  • Lo yoga è anche una ginnastica, poiché lo si esegue col corpo, ma è una ginnastica consapevole, fatta sì con il nostro corpo, ma anche con la mente presente, anche usando il respiro, anche usando ciò che si percepisce oltre al fisico;
  • Lo yoga è respirare, meditare e anche cantare;
  • Lo yoga è anche mettersi al servizio degli altri gratuitamente e senza aspettarsi nulla (si chiama Karma Yoga);
  • Lo yoga è anche essere devoti ad una divinità o, semplicemente, ad una forza superiore (lo si chiama Bhakti Yoga);
  • Lo yoga è anche semplicemente fare una passeggiata ed essere presenti a se stessi nel momento in cui si compie ogni passo;
  • Lo yoga è gioia nel fare anche le cose più semplici, ed è portare la gioia agli altri;
  • Lo yoga è la vita stessa;

yoga sirena

 

Ed ora veniamo a che cosa non è lo yoga:

  • Lo yoga non è una religione, davvero. Tutti possono praticarlo: cattolici, ebrei, musulmani, atei, agnostici, buddhisti, Hare Krishna. Se vi trovate in un gruppo che vuole imporvi un credo, lasciate perdere: si tratta di un culto, non di yoga. Lo yoga non è una setta e non dovrebbe diventarlo. Le sette hanno rovinato il nome dello yoga, rendendoci spesso bersaglio per accuse, complotti e dubbi da parte di moltissime persone;
  • Lo yoga non è semplicemente ginnastica. Non significa fare qualcosa per tonificare il corpo. La tonificazione avviene, ovviamente, se si pratica con costanza, ma non è l’obiettivo dello yoga (che sarebbe, invece, l’Illuminazione);
  • Lo yoga non è stare ore seduti a fare OM. Certo, noi usiamo i mantra, ma non stiamo tutto il giorno a salmodiare;
  • Lo yoga non è acrobazia;
  • Lo yoga non è stare in appoggio sulla testa tutto il giorno;
  • Lo yoga non è vestirsi come dei santoni e parlare per enigmi;

Potrei continuare per ore a descrivervi gli aspetti dello yoga, ma mi fermo qui. Certamente, in questi anni ne ho visti di tutti i colori e ancora ne vedrò, ma questo è il bello del lavorare in questo mondo.

 

Vorrei, però, che chi voglia praticare lo possa fare in totale serenità e con la consapevolezza di stare facendo qualcosa di bello e di importante per se stesso. Lo yoga cambia la vita facendola diventare migliore.

Vi sfido a smentirmi.

 

PS se siete a Torino e non sapete dove praticare, venitemi a trovare. Scoprirete che ho i capelli rosa e non mi vesto da santona.

 

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Del Rallentare (e del non poterlo fare)

Lavorare per se stessi è molto bello ma, allo stesso tempo, stancante. Non si stacca mai la spina, la testa è sempre rivolta verso ciò che si potrebbe fare, verso la programmazione di nuove iniziative, la gestione delle spese e verso la possibilità di raggiungere i propri obiettivi.

Essendo, il mio, un lavoro prettamente fisico, questo comporta anche una certa stanchezza pura e semplice. Mi capita di fare anche quattro lezioni al giorno, tutte guidate, e di arrivare alla sera distrutta.

copertina my life

Sono giunta al punto di avere dolori vari, cosa che non ci si aspetterebbe di certo da un’insegnante di yoga (nell’immaginario collettivo, ovviamente!), e di dover ricorrere a osteopati e terapie alternative.

Certamente dovrei cercare di rallentare talvolta, ma amo il mio lavoro e vorrei fare sempre di più.

In più c’è la casa, ci sono gli altri lavori (scrivere, fare consulenze, girare i video), che prendono tempo ed energie.

E, allora, quale sarebbe la formula magica? Ritagliarsi, forse, dei piccoli spazi per se stessi durante la giornata.

Ad esempio, io arrivo sempre almeno mezzora prima degli allievi nel mio centro, ed è in quel momento, dopo essermi cambiata, che mi concedo una pausa: mi faccio una tisana e leggo, mi rilasso e magari chiamo i miei che vedo di rado (anche se abitiamo a circa 15 km), a volte ne approfitto per farmi la manicure!

Insomma, anche se sono attimi rubati mi regalano un po’ di pace e mi consentono di non sentirmi presa continuamente nel vortice delle tante cose da fare.

E voi, cosa fate per sentirvi nuovamente leggeri?

 

 

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Dell’anno cominciato e dei buoni propositi

L’anno è iniziato da più di un mese, quasi due. Eppure i miei buoni propositi hanno latitato, anche perché non sono una persona che tende a credere nel valore dei propositi di inizio anno.

In genere, infatti, questi rimangono solo sulla carta, poiché spesso tendiamo a porci obiettivi irraggiungibili che, non essendo realizzabili, ci lasciano frustrati alla fine dei dodici mesi.

Tuttavia, sono una sostenitrice degli obiettivi. Darsi un obiettivo per il proprio anno è molto diverso dal creare propositi che rimangono nell’aria.

Un obiettivo richiede un piano, dei passi e anche la voglia di realizzarlo.

Per questo 2017 ho molti obiettivi, alcuni più facili da raggiungere, altri meno. Alcuni di questi potranno richiedere fatica e impegno, ma altri saranno più semplici.

Un esempio? Dal primo di gennaio mi sto svegliando ogni mattina molto presto per praticare yoga, mediare, leggere e scrivere. Due ore tutte per me prima che la giornata inizi anche per Davide e per Keanu, il nostro gattino di cinque mesi.

io nuovo anno

Per metterlo in pratica ho:

  • creato un piano (ad esempio delle playlist di video da seguire – Se non sapete chi seguire guardate i miei video di yoga su YouTube);
  • creato una routine (la sera preparo tutto in anticipo e punto la sveglia all’ora giusta);
  • indicato i benefici che posso trarne (maggiore concentrazione, maggiore energia durante la giornata, possibilità di avere nuove idee da usare per il mio lavoro, gratificazione, chiarezza mentale);

E posso dire di non essermene pentita, in quanto ho già iniziato a vedere molti benefici.

Tra i miei obiettivi per il 2017 c’è anche quello di scrivere qui almeno una volta alla settimana. Ho abbandonato per troppo tempo la scrittura, non accorgendomi, se non allo sfinimento, che qualcosa mi mancava.

Inoltre, voglio far crescere la mia attività e avere sempre nuove idee e nuove collaborazioni.

Ci sono poi obiettivi minori, ma questi sono sicuramente quelli più importanti. Se siete curiosi ve ne dico alcuni:

  • Correre una 10k in completa scioltezza;
  • Creare una routine per pulire la casa ogni settimana e metterla sempre in pratica;
  • Fare un ritiro;
  • Pubblicare almeno un video di YouTube alla settimana (in Italiano e in Inglese);
  • Imparare un nuovo tipo di trattamento o massaggio;

Quali sono i vostri obiettivi per il 2017?

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Del camminare e dei Cammini

Le vacanze di questo 2016 sono state “vacanze camminate”. Abbiamo, infatti, deciso di intraprendere la Via di Francesco, un Cammino che ripercorre i passi e la vita di S. Francesco d’Assisi.

Abbiamo avuto poco tempo per organizzare il tutto, ma la cosa bella di un cammino è anche questa. Camminare rende liberi e consente anche di uscire un po’ dagli schemi soliti della vacanza, delle prenotazioni, delle classiche ferie.

Tolto il caso del santuario de La Verna, dove non abbiamo trovato un posto per dormire, nelle altre sistemazioni ci siamo trovati sempre più o meno bene.

(Se volete potete dare un’occhiata al mio Vlog su Youtube, nel quale si vedono piccoli estratti di tutte le tappe che abbiamo percorso).

Certo, non sono mancate le esperienze negative, soprattutto una (leggi: posto fatiscente, sporco e gestori abbastanza fuori dalla realtà), ma per fortuna sono state davvero le eccezioni, e forse hanno reso ancora più piacevole il ritrovare delle sistemazioni spartane ma pulite e ben gestite.

via di francesco

Abbiamo impiegato dieci giorni per fare i circa 200 chilometri del percorso sino ad Assisi.

Alcune tappe sono state dure, soprattutto dal punto di vista fisico, poiché la Via di Francesco è molto più naturalistica e collinare rispetto, ad esempio, alla Via Francigena, che abbiamo fatto tre anni fa.

Ma forse proprio le difficoltà ci hanno concesso di confrontarci con noi stessi, i nostri limiti e le paure.

Soprattutto le mie.

Io sono terrorizzata non tanto dall’altezza, quanto dagli strapiombi montani, e in alcuni casi questi ci hanno accompagnato per decine e decine di minuti. In particolare, abbiamo affrontato una lunghissima discesa su sentiero fatta praticamente a scala, con un terreno scivoloso e, spesso, con il vuoto da uno dei lati.

Questo Cammino, inoltre, è stato il primo che abbiamo fatto in compagnia di altre persone. Ed è stato bello potersi confrontare continuamente con gli altri, condividere e scambiare quattro chiacchiere ogni tanto. Ma anche godere del silenzio, un silenzio che in alcuni momenti tutti abbiamo ricercato.

E’ stata una Via spirituale, prima che fisica, almeno per me. Ho preso l’abitudine di ripetere mantra e preghiere durante la marcia, soprattutto nei pezzi più difficili. Un po’ per mantenere il ritmo, un po’ per cercare di aiutare la mia mente a concentrarsi sullo scopo finale dell’esperienza.

Sì, perché una Via di questo tipo ti porta a riflettere. Si pensa alla vita, alla morte e al cammino che la vita stessa rappresenta. Si inizia a pensare alle tappe che ancora vorremmo affrontare e anche a quanta strada sia già stato possibile percorrere.

Si apre il proprio cuore e, insieme ai chili persi (per me sono stati quasi quattro) dal corpo, si lasciano indietro i pesi dell’anima, per me rappresentati spesso dal senso di inadeguatezza, dal dolore e dalle brutte esperienze che mi hanno segnata.

E si finisce con la luce. Una luce strana, fatta di tante persone, di voci, di preghiere, risate, suppliche, dolore, gioia, salite e discese.

E si è pronti a ricominciare, grati per essere stati in grado, ancora una volta, di compiere i passi avanti verso la propria meta.

Stefania

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Del bullismo adolescenziale e dell’Instant Karma

Negli ultimi anni si è molto parlato del bullismo. Sono stati portati agli onori delle cronache i comportamenti violenti, discriminatori, umilianti di molti ragazzi e ragazze ai danni dei coetanei.

Ma un tempo la parola bullismo sembrava non esistere, eppure il bullismo stesso esisteva. Io ne sono stata vittima, per ben due anni, ai tempi delle medie. Un periodo, quello, che davvero ho cercato più volte di dimenticare ma che mi ha lasciata con cicatrici profonde che ancora, a volte, bruciano.

Ho appena finito di leggere il libro “Adolescenti terribili” di Rosalind Wiseman, nel quale ho ritrovato anche ciò che mi è stato fatto in quel periodo nel quale, ero ancora troppo piccola per mandare a quel paese coloro che mi hanno reso la vita un inferno.

Sì, perché nella mia classe sono stati diffusi pettegolezzi davvero maligni su di me, dicerie, sono stata isolata, maltrattata, insultata, spinta nei corridoi da persone della mia stessa età che agivano indisturbate.

Una l’ho incontrata lo scorso anno e, dall’alto della sua somma intelligenza, mi ha anche detto di non ricordarsi di aver FATTO LE MEDIE CON ME. Vi rendete conto? Ha rimosso l’immagine della mia persona dai suoi ricordi.

E se ora che sono un’adulta, e che vedo molti di coloro che erano con me in classe fare delle vitacce

(“Instant Karma’s gonna get you
Gonna knock you right on the head”)

non sono ancora riuscita a superare del tutto quei terribili anni. Sì, ho avuto, ed ho, amici ed amiche che ora mi apprezzano e che io stessa apprezzo, ma è come quando ci si fa male: il dolore non passa mai del tutto e con il “cambio del tempo” potrà farsi nuovamente sentire.

Mi sono anche detta che il fatto di essere stata così maltrattata mi abbia resa una persona migliore, sensibile alle esigenze degli altri, belli e brutti, poveri o ricchi, felici o infelici, e sicuramente questo potrebbe essere un punto di vista attraverso il quale metabolizzare ciò che è accaduto in modo positivo.

Ma, sotto sotto, sono ancora quella ragazzina ferita, quella che pensava più a studiare che ad uscire, che voleva solo essere amica degli altri, che si trovava meglio con gli adulti che con i suoi pari, e che, per questo, è stata trattata come una reietta.

Provo compassione per quella giovane Stefania, e spero che, un giorno, lei possa crescere definitivamente e passare al di sopra ti quella fase della vita che ancora oggi la rende una persona insicura e ipercritica verso se stessa.

Stefania

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Il buono dello stare male

Questa settimana, dopo due anni di assoluto benessere fisico (tolto qualche trascurabile mal di gola e la solita allergia) ho avuto la febbre. Una febbre improvvisa, che è salita in neppure un’ora e che mi ha lasciata con una spossatezza indicibile.

anahata2

Non è collegata ad alcun virus, o a particolari infezioni batteriche. Semplicemente è stato il mio corpo a voler smettere di “fare” per qualche giorno.

Sì, perché nell’ultimo periodo le pause sono state poche. Ferie risicate, saltate negli ultimi anni e fatte per una settimana scarsa quest’anno, per risparmiare. Impegni ai quattro angoli della città. Preoccupazioni per il futuro, per la mia “impresa” e per quello che ne potrà essere nei prossimi mesi.

Notti insonni, o passati con le extrasistole che hanno fatto ballare la samba alla mia cassa toracica.

E così, alla fine, mi sono esaurita, completamente. Il mio caro organismo ha detto: “Bene, sai che c’è, io non voglio proseguire così”.

Sono stati scritti libri su libri in merito al potere della mente di influenzare il nostro corpo, ed io ne sono stata più volte la prova vivente. Ecco perché, questa volta, ho deciso di seguire le sue indicazioni e prendermi qualche giorno di stop. Anche perché, in ogni caso, non riuscirei a fare molto, nonostante abbia lavorato comunque e abbia cercato di mantenere tutto ad un livello accettabile.

Oggi sono uscita la prima volta di casa ed ho notato come mi sembrasse di camminare sulle nuvole. E se chi mi conosce vuole additare, quale colpevole, il mio peso (che è sempre lo stesso da circa 15 anni), rispondo che non solo sono sempre stata così, ma fino a prima di avere la febbre ho corso 30 km alla settimana senza problemi.

Ci si potrebbe chiedere il motivo di questo post. Ebbene, i motivi sono due.

Il primo: ricordare a me stessa che le cose possono andare bene o male, ma che io non posso avere due o tre corpi, intercambiabili, per affrontare ciò che mi accade. Soprattutto quando il mio corpo è anche strumento per mantenermi economicamente.

Il secondo: ricordare anche agli altri come sia necessario ascoltare i segnali del corpo, ricercare un modo per “scaricarsi” e per evitare di accumulare mesi di “pesantezza” per poi esplodere all’improvviso.

Ho rimandato la mia corsa alla settimana prossima. Mi godo il mio yoga, la pace e un po’ di riposo, pronta ad affrontare tutto quello che verrà con un cuore meno ballerino e una mente più chiara.

Stefania

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Tra le pagine di “Io non compro” di Judith Levine

La crisi e i problemi finanziari hanno portato molti di noi a ricercare metodi alternativi grazie ai quali (soprav)vivere nel quotidiano.

Ridurre le spese è, ovviamente, il passo iniziale, ma c’è chi ha cercato di effettuare un esperimento ancora più estremo.

Questo è (o, almeno, dovrebbe essere) il caso di Judith Levine con il suo “Io non compro“.

io non compro

Premetto di aver corteggiato per anni questo libro e di averlo finalmente trovato in biblioteca (nel pieno spirito del “non acquirente”) ma di essere, infine, rimasta delusa dal suo contenuto.

Cominciamo, però, dall’inizio. Judith e suo marito, due liberi professionisti di mezza età e senza figli, decidono di trascorrere 12 mesi senza acquistare. Compreranno solo il cibo, le medicine e ciò che potranno definire essenziale per la sopravvivenza.

Ma qui si trova il primo inghippo: i nostri amici guadagnano circa 50 mila dollari a testa l’anno. Capite che questo discorso ha già delle falle, in quanto non si tratta di persone sull’orlo della bancarotta, ma di persone molto benestanti. Infatti, i due hanno tre case (TRE!!!) quando molti di noi non ne hanno neppure una di proprietà.

Continuando nella lettura, si nota come l’autrice cerchi di riempire le pagine con dati e statistiche che annoiano e non aggiungono nulla di interessante al libro. In fondo, si vorrebbero conoscere maggiori dettagli sulla gestione economica della loro famiglia, e non su quanto si spende in un anno negli Stati Uniti.

Un altro elemento è costituito dal sabotaggio che l’autrice spesso applica al suo progetto. Compra dei vestiti per quasi 200 dollari, ad esempio.

Per il resto, i due si limitano a vivere come potrei vivere io: non vanno al cinema (io non ci vado perché costa troppo), a teatro (idem come sopra), limitano il consumo di generi alimentari non necessari (vedi sopra) ma continuano a comprare libri, ad esempio, per quasi mille dollari l’anno (mentre io vado in biblioteca) e a vivere nelle loro tre case.

Potrei, quindi, scrivere anche io un libro simile, ma che si potrebbe intitolare “Io non compro DAVVERO” (e da anni).

Se cercate qualche perla di saggezza sul tema, allora lasciate perdere questo testo.

Stefania

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Le donne e l’arte della corsa

Correre. Uno dei gesti che, fin da piccoli, riusciamo a fare senza sforzo.

La corsa, almeno quella spontanea, non assume necessariamente i caratteri di prestazione atletica, ma diventa semplicemente un modo per esprimersi, per andare più veloci.

Poi si cresce e si inizia a pensare che correre non solo sia faticoso, ma anche inutile. Soprattutto le donne hanno un atteggiamento, come accadeva a me, di timore reverenziale nei confronti della corsa.

Mi ricordo di aver pensato più volte di non essere in grado di correre, di non potermi allenare e, certamente, di non poter gareggiare.

Ma tre anni fa è cambiato tutto. Complice la “crisi economica” (leggi: perdita del lavoro), ho dovuto abbandonare i corsi che seguivo, dal flamenco allo yoga. Tuttavia, ho sempre amato lo sport e non avrei potuto smettere di colpo di fare qualsiasi cosa. Così ho deciso di iniziare a correre.

In una primavera lontana, quella del 2012, ho infilato delle scarpe inadatte e sono andata a fare la mia prima corsa. Il risultato? Ho resistito per cinque minuti circa.

Ho iniziato a leggere qualsiasi libro e rivista che potesse parlarmi di come correre e come farlo bene, ma leggendo molti testi ho iniziato a deprimermi. Alcuni parlavano della PRIMA USCITA DA DUE KM. Cioè: io non riuscivo neppure a correre per cinque minuti e si parlava di DUE CHILOMETRI?!

Così, ho deciso, durante un momento di lucidità, di andare un po’ secondo i miei ritmi. Ho iniziato a corricchiare e ad ottenere i primi pallidi risultati. Nel 2012 partecipai anche alla mia prima, disastrosa, gara: 8km sotto la pioggia arrancando, camminando e corricchiando e mettendoci un’ora per completare il percorso.

Negli anni ho imparato non solo a conoscere la corsa, ma anche a conoscere il mio corpo ed ora posso correre per un’ora senza stancarmi, posso fare gare con molta più scioltezza e so anche molte più cose sui programmi di allenamento.

La scorsa settimana ho partecipato di nuovo alla Run WoMen che è di soli 5 chilometri, ma mi ha concesso di nuovo la possibilità di mettermi alla prova. Lo scorso anno avevo raggiunto il traguardo con un tempo pessimo, mentre quest’anno sono arrivata alla fine con un buon tempo (29:29 minuti) e senza alcuna stanchezza.

E questo grazie non solo all’allenamento, ma alla fiducia che ho riposto nei miei mezzi, elemento essenziale.

Alle donne che vogliano avvicinarsi alla corsa indico alcuni consigli:

  1. Non abbiate paura: siete capaci di correre!
  2. Non pensate di fare tutto subito e rispettate il vostro corpo;
  3. Leggete un bellissimo libro: Correre al Femminile di Alexandra Heminsley, non è un manuale ma la storia di una donna che da zero è arrivata a correre più di una maratona;
  4. Scegliete dei giorni da dedicare alla corsa e non traditevi;
  5. Divertitevi!

Insomma, donne: la corsa è anche per noi, non abbiate paura e mostrate a voi stesse (e solo a voi, non dovete farlo per nessun altro) che siete in grado di fare tutto ciò che volete!

Stefania

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